Coni, grana statuti e altri problemi

Doveva filare tutto liscio come l’olio. E invece no. Il Consiglio Nazionale Coni di lunedì è quello tanto atteso degli Statuti delle Federazioni, che avrebbero dovuto (finalmente) essere modificati e uniformati. Lo saranno solo in parte, una parte importante come sottolinea Malagò, che non nasconde tuttavia l’esistenza di qualche complicazione che porterà, per completare l’opera, a un parziale rinvio ad una seconda puntata.
In cassaforte dovrebbe esserci, insieme alla ovvia presa d’atto della legge che limita a tre i mandati per i presidenti e all’introduzione delle quote rose sulla falsariga del Parlamento (dove ha funzionato solo in parte), la questione degli accorpamenti: tra federazioni e discipline associate e anche tra federazioni e federazioni, strada eccellente, ma solo in quest’ultimo caso, per realizzare cospicui risparmi di risorse da destinare all’attività sportiva vera e propria. Negli Statuti, peraltro, si parlerà solo di «possibilità». Ovvero, tra il dire e il fare ci sarà di mezzo il mare. Che il nocchiero Malagò sa navigare, ma guardandosi bene dallo sfidare venti di tempesta. Morale: prima di assistere alla fusione tra due federazioni si farà notte.
E’ sulla riforma delle norme elettorali, dove di federazione in federazione se ne sono viste fin qui di tutti i colori, che è insorto il problema. A farsene paladino, a quanto pare, è stato il presidente della Federatletica Giomi che, evidentemente stanco di contare le proprie medaglie, avrebbe accettato il tetto sulle deleghe ma sarebbe insorto quando si è trattato di porlo sui voti plurimi. Che sono quella curiosa fattispecie, per spiegarla in parole povere, in base alla quale una società può «pesare» in termini di voto molto più di un’altra. Fino a 80 volte nel caso dell’atletica, fino addirittura a centinaia di volte in più in qualche altra federazione della decina che abbraccerebbero il giomipensiero. L’idea era quella di porre un tetto per cui una società poteva valere 10, massimo 15 voti, ma la norma lunedì non passerà. Malagò è convinto di chiudere la partita nel Consiglio Nazionale successivo, tra un mese, ma è lecito dubitare. Lega calcio a parte, dove sotto la sua regia le cose marciano spedite (sempre che non arrivi lo sgambetto della grana sui diritti tv, ora che Sky e Mediaset fanno cartello), il resto si fa ogni giorno più complicato: dai Giochi invernali 2026 dove la Milano a lui cara è assediata da Torino alle Dolomiti e dove si gioca una partita politica mica da poco, alle Universiadi 2019 di Napoli dove il rischio di una memorabile figuraccia internazionale si è fatto così alto che c’è chi comincia a pensare che forse rinunciare rappresenterebbe il male minore.
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Mentre l’astuto presidente degli arbitri Nicchi tuona su minacce, violenze e ritardati (ma non troppo) pagamenti cui è sottoposta la categoria, senza toccare il tallone d’achille di quel 2% di peso elettorale che gli verrà presto sottratto dalla premiata ditta Malagò & Fabbricini, e intanto continua a girare il Paese riccamente remunerato quale «badante» della Var, un nuovo capitolo degli scempi arbitrali si è consumato a carico dell’Italia nelle coppe europee. Dal rigore negato a Dzeko a quello regalato al Salisburgo si è completato nell’indifferenza più o meno generale un cammino che comincia ad essere (negli anni, mica da ieri) un po’ troppo ripetitivo. Il plenipotenziario ex grande arbitro Collina, responsabile della commissione arbitrale Uefa, si sta rivelando un designatore quantomeno sfortunato. Aspettando la Var che non piace a Ceferin e considerando il fatto che quanto a poltrone che contano in Europa abbiamo fatto molta strada, sarebbe forse arrivato il momento non di alzare la voce, ma di chiedere, magari sussurrandolo, un pizzico di attenzione in più.
Ruggiero Palombo - La Gazzetta dello Sport, sabato 7 aprile 2018

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