Storie di judo: Giuseppe Piazza a cura di Alessandro Giorgi

Il tempo scorre, le cose accadono, la storia le raccoglie e le conserva. E se la storia è la memoria di un popolo (senza la quale l’uomo è ridotto al rango di animale inferiore, cit.), il popolo del judo ha il dovere di preservare la sua memoria, che è tutto quel patrimonio umano, culturale, sportivo raccolto dalle generazioni che hanno preceduto quelle attuali. Un patrimonio prezioso che, se ci si mette d’impegno (tutti), si è ancora in tempo a recuperare molto. Giuseppe Piazza per esempio, è stato un agonista eccellente ed è oggi judoka e maestro di judo straordinario. Le giovani generazioni non ne hanno sentito parlare? Poco male, l’opportunità di farlo ce la offre Alessandro Giorgi, judoka eccellente, insegnante, studioso attento e profondo conoscitore che, con questa intervista a Giuseppe Piazza, inizia una collaborazione con ‘alpeadriajudo’ che ci arricchisce e ci onora.

Giorgi: Come sei arrivato al Judo?

Piazza: Per caso. Mi sono trasferito a Milano nel ’67, così come tanti emigranti in agosto eravamo in pellegrinaggio, meta il paese d’origine, Randazzo – paese medioevale alle pendici dell’Etna. Ritrovandomi con un amico di infanzia, che si era trasferito a Zurigo, mi parlò della lotta giapponese, questa “novità” mi incuriosì molto; rientrato dalla pausa estiva, era il settembre 1970, per un’altra coincidenza mi ritrovai in via Arese, sede del BU-SEN Milano.

G.: So che il Bu-Sen non esponeva insegne!

P.: Si, è proprio così, per fortuna la via Arese è breve, quindi chiedevo ai bar, o passanti, finché non sono arrivato al n° 7; un palazzo d’epoca con due grandi portoni in legno, in mezzo tre serrande, una era aperta, un ingresso un po’ buio, le insegne alle pareti non lasciavano dubbi: ero nel posto giusto.

G.: Quindi…

P.: ...ho chiesto “è questa la palestra di judo?”, con l’aria di un diciottenne aitante. Gli astanti continuavano a parlare, una signora alta bionda (si trattava di Paola Neuhaus moglie del M° Barioli), mi indicò la segretaria. Se ho deciso di iscrivermi seduta stante, in buona parte lo devo alla segretaria, gentile e con occhi neri senza fine.

G.: Ti ricordi chi erano gli “astanti”?

P.: Si, di alcuni sono certo, per esempio, Libero Galimberti, Valter Scolari, Varoli, Claudio Regoli…

G.: ...e i fratelli Vismara

P.: No, loro li ho conosciuti successivamente.

G.: Hai iniziato subito con l’agonismo?

P.: No, penso a novembre su invito di Libero, il corso delle 20.30 era per agonisti, io mi fermavo sempre a guardare per curiosità. Così cominciai a frequentare più spesso, ma non tutte le sere. Una sera Barioli, che fino al quel momento pensavo non si fosse accorto della mia presenza, mi spiegò che il corso era per chi fosse sinceramente interessato al judo: ovvero da lunedì a venerdì, sabato corso libero, e domenica mattina dalle 10 alle 12,30; per questi era prevista una riduzione della quota mensile, una penale per chi mancava agli allenamenti. Ben presto la quota divento virtuale.

G.: Cos’era il judo negli anni ’70, le tue impressioni

P.: Come ti dicevo sono capitato per caso al Bu-Sen, in breve ho capito che si trattava di una scuola, ovvero di un “Dojo”. Per me è stato un susseguirsi di scoperte: l’apprendimento teorico con la mente era una fase che non richiede tanta energia fisica, apprendere la tecnica con il corpo richiede tempo, cura e tanta energia, ma non basta, occorre praticare con sincerità.

G.: oltre ai nomi che hai citato, con chi hai praticato?

P.: in quel periodo, oltre ad avere frequentemente ospiti e non solo italiani, mi ritrovavo con Marino Marcolina, Corrado Croceri, Carmelo Franzè, Livio Beretta, Aldo Galbiati, Aldo Piatti, Felice Cattaneo, e tanti altri. Oltre naturalmente Alfredo e Beppe Vismara. Capitava, la sera o la domenica, Zaini, arrivava da Savona, un peso massimo elegante e gentile. Lo cito per sottolineare che in quei tempi spostarsi e affrontare disagi non era un problema, chi si impegnava non si poneva problemi, lo faceva per il piacere di scoprire e di imparare e non era legato al risultato sportivo.

G.: Non ti pare di fare della retorica…

P.: Ma no, voglio solo suggerire che il judo che ho appreso non era unicamente pratica sportiva, ricordo che si respirava un aria esotica, dal gioco del Go, alla meditazione Za-Zen, alla fine dell’allenamento si praticava lo Shiatsu. Per non farci mancare nulla, il mercoledì Kata e kenjutsu, i libri sul Giappone, le stampe giapponesi le spade!

G.: ...e le donne del Judo

P.: Sì, una buona presenza, erano delle pioniere: in assoluto Maria Bellone, Judo Novara, dirigente federale. Una per tutte, Emilia Davico, arrivata al Bu-Sen nel ’72, in poco tempo ha vinto tutto quello che poteva.

G: Judo anni ’70: cosa ti ha lasciato

P.: Non vorrei sembrare anacronistico, si cercava la perfezione del gesto tecnico, uchi komi era stancante, più del randori e del ne waza. Le forme di allenamento erano diverse, vare forme di uchi komi e poi, kaeshi w., renraku w.

G.: Perchè parli di anacronismo

P.: Quello che vedo su you tube, parlo di persone di altissimo livello, con doti fisiche strepitose, mi capita di vedere degli ippon eccezionali, in generale però si è imposta l’idea di “sradicare” l’avversario, c’è troppa attenzione alla forza fisica trascurando la ricerca tecnica. Certo pensare di fermare il tempo e una sciocchezza, ma non sempre i cambiamenti vanno nella giusta direzione!

G.: Cosa non ti piace del judo attuale

P.: La poca cura nella proiezione: spesso non si vede il controllo, questo consente al proiettato di svincolarsi con maggiore frequenza, non è un judo che si evolve per i più, anzi crea eccezioni e fenomeni, vedi Zantaraia, quando vedo i suoi incontri non mi pare umano, da piccolo leggevo un fumetto, si trattava di un personaggio che poteva allungarsi come voleva. Il judo odierno è più dinamico ma auspicherei maggiore cura nella tecnica, un regolamento che la valorizzi potrebbe essere utile al Judo. Occorre evitare gli eccessi, tanto che si è dovuto modificare il regolamento di gara, vedi Kata Guruma, Te Guruma, si erano sviluppate delle forme improponibili eppure veniva riconosciuto l’ippon.

G.: Secondo te c’è il rischio che altre tecniche vengono messe al bando?

P.: Si, il rischio c’è, vedi tutte le proiezioni con una sola presa al braccio, e poi avvolgersi, come in koshi guruma, osoto makikomi, sode tsurikomi goshi ecc. Mi capita spesso di vedere proiezioni dove finiscono entrambi i contendenti a cozzare con la testa sul tatami!

G.: La tua idea di judo

P.: Una premessa: occorre guardare i mutamenti sociali, Zygmunt Bauman è stato filosofo e teorico della ”società liquida”, sono mutati i valori di riferimento della società. Un esempio banale: i selfie, importante è mostrarsi, tutto deve essere consumato velocemente. I valori che ponevano punti di riferimento fondamentali nella società, che davano forma struttura hanno subito un mutamento: rispetto e solidarietà suonano come arnesi obsoleti. Detto questo, sarebbe auspicabile che la federazione e gli enti di promozione destinassero maggiori risorse economiche nella formazione degli insegnanti che intendono impegnarsi nelle attività socialmente educative, l’attività sportiva di supporto, ovvero strumento didattico per dare significanza e vita al postulato del judo.

G.: Fammi capire, invertiresti l’ordine di importanza, prima la cultura e poi l’attività sportiva.

P.: Si certamente, prima il pensiero e poi l’azione, sono fermamente convinto che educare i giovani al rispetto alla responsabilità li renda più competitivi, nel senso che possono accedere a cariche sociali di rilievo. Insegniamo ai giovani il valore di apprendere, una persona vale per le competenze acquisite, preoccuparsi solo di apparire è come comprare una scatola vuota, magari bella ma senza contenuto.

Capisco che lo sport ha bisogno di campioni, ma sottovalutare gli aspetti educativi che la pratica del judo ha donato al mondo sarebbe un atto criminoso. Da tempo il Judo è gravido di questi mutamenti in corso nella società, così la tecnica che esprime è sempre più distante dai proponimenti del suo fondatore. Il presupposto di fare cultura attraverso la pratica del judo, relegato in alcuni casi a piccoli gruppi oppure alla sensibilità di singoli insegnanti. Tempo fa avevo preparato un documento, condiviso con un ristretto gruppo di amici: ”la carta di intenti”. Una sintesi del pensiero del pensiero del prof. Kano. Mi proponevo di costruire un movimento: ”il judo per il judo oltre le sigle”. Come ho detto in altre occasioni, non si intendeva formare un'altra associazione, e soprattutto non si è contro nessuno, semplicemente si chiede di condividere un percorso, un modello di Judo con i principi espressi dal suo fondatore. L'idea era di collegare tutte le persone che, per diverse ragioni, si trovano inserite in molteplici associazioni, poiché questa molteplicità di associazioni non deve essere un limite nella condivisione di un percorso comune. In sintesi, sentirsi legati come nella “rete di Indra", una rete di perle in cui la luce di una si riflette in tutte le altre, e viceversa si vedono tutte le altre riflesse in essa. Nello stesso modo, ogni oggetto nel mondo non è semplicemente se’ stesso ma contiene ogni altro oggetto e, in effetti, è ogni altra cosa.

G.: E il tuo maestro?

P.: lo immagino seduto da qualche parte che beffardamente sorride.

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