Quant’è difficile scusarsi in un mondo convinto di avere sempre ragione

Giacomo e Margherita stanno giocando sul tappeto di gomma fatto di lettere e numeri colorati. Hanno da poco compiuto un anno e, anche se non si rivolgono parole, vanno molto d’accordo. Si potrebbe dire che sono quasi amici. A un tratto però, per qualche motivo che sfugge all’attenzione degli adulti, Margherita si appropria della trottola di metallo e la lancia in testa a Giacomo che scoppia in un pianto disperato. Gli adulti intervengono, spiegano a Margherita che non si lanciano i giochi contro gli altri bambini, consolano Giacomo e i due tornano amici. Tre anni dopo, nel giardino della scuola materna, Giacomo si vendica, ruba il pallone all’amica e con una spinta non troppo misurata la fa cadere dal castello dei giochi. Stesso pianto a squarcia gola. Anche questa volta gli adulti intervengono, ma avvicinando i due bambini invitano Giacomo a chiedere scusa. Cos’è cambiato? Facciamo un passo indietro e pensiamo in modo intuitivo e poco filologico al verbo scusarsi, oramai così desueto da rimandare fatalmente al mondo dell’infanzia e alle prime amicizie, ai capricci e ai castighi dei genitori. Facciamo attenzione alle sillabe che pronunciamo: scusa-mi, in inglese excuse me, in francese excusez-moi. Balza all’occhio con facilità quell’ingombrante me che compare nelle diverse lingue. A Giacomo e Margherita ancora piccoli (non avevano ancora dimestichezza con le parole) gli adulti insegnavano quando un’azione è sbagliata, mostravano la differenza tra un comportamento buono e uno cattivo, tra bene e male insomma. Non pretendevano però che si scusassero, per una ragione molto semplice: i bambini non si rendevano ancora conto delle conseguenze delle loro azioni e quindi non potevano essere ritenuti responsabili. Ma poi sono diventati grandi, si sono impratichiti con le parole e hanno scoperto il loro potere di rendere felici o offendere, e di pari passo sono diventati consapevoli di sè, del confine tra loro stessi e gli altri. Ed è proprio qui, in questo spazio originario che si apre a un certo punto nell’infanzia che si costruisce la responsabilità – io ti riconosco come altro, ti parlo, mi rendo conto che le mie azioni possono ferirti. Per questo a un certo punto gli adulti smettono di spiegare al bambino che un comportamento è buono e l’opposto cattivo (la base semplicistica dell’etica), ma gli impongono di assumersi una responsabilità: chiedi scusa. Siamo nel regno dell’ovvio, dell’intuitivo. Eppure, se guardiamo alla nostra quotidianità da questo angolo, inciampiamo. C’è la signora che entrando in metropolitana piena di borse urta il vicino fino quasi a farlo cadere e, istintivamente, gli lancia un’occhiata fulminante: non oserà mica lamentarsi? C’è il collega che solleva un putiferio su un errore, per poi accorgersi di essere stato lui stesso a causarlo, e a quel punto chiude il discorso stizzito. C’è l’innamorato che, immerso nei propri pensieri, respinge esasperato le richieste dell’amato e poi, accorgendosi dell’insensatezza dei suoi modi villani, abbandona la stanza sbattendo la porta. C’è il politico colto in flagranza di reato che gonfia i muscoli del collo e lancia accuse, aggressioni contro i testimoni dei suoi errori. Insomma, nessuno più chiede scusa. Scusarsi è diventato fuori moda, affare di bambini, abitudine costrittiva di cui ci si è finalmente liberati con l’età adulta. A ben guardare, non mi sembra tanto affare di età ma di tempi. I nostri tempi sono stagnanti e paludosi, non sembriamo capaci di fare un passo in avanti in nessuna direzione e questo, in qualche misura, ha anche a che vedere con la nostra totale dismissione di questo verbo imbarazzante. Non ci si scusa più perché non si è più responsabili di niente e, come tanti bambini viziati, davanti all’evidenza dell’errore pronunciamo il comodo: «Ma non l’ho mica fatto apposta». Non ti ho urtato apposta nella metropolitana, non ho rubato apposta quei soldi dalle casse del partito, non ti ho ferito apposta... è che ero preso da altro, ero soggetto agli ordini di altri, non è certo colpa mia. Abbiamo così trovato un facile modo per evitare quello spiacevole momento in cui, mettendoci faccia a faccia con un altro, magari abbassando gli occhi, chiedevamo scusa. E non si tratta di buona educazione o galateo; in gioco, mi sembra, c’è la tenuta stessa del nostro tessuto sociale. “Non l’ho fatto apposta” implica, “non c’è intenzionalità nelle mie azioni, nelle mie parole”. Ma non è forse proprio l’intenzionalità che ci costituisce come soggetti, che definisce il nostro essere capaci di riflessione e decisione, il nostro andare incontro al mondo facendo delle scelte piuttosto che altre? Una società di soggetti senza responsabilità, implica inevitabilmente una società dove i rapporti con l’altro sono annichiliti e privati di qualsiasi valore. Ancora una volta è intuitivo: non c’è amicizia, non c’è legame amoroso, non c’è fiducia e parola data, se non si riconosce di avere verso l’altro una responsabilità (e quindi il dovere etico, davanti allo sbaglio, di chiedere scusa). Scusarsi non è altro che quell’azione molto semplice che permettere al contesto umano di evolversi, ai conflitti non solo di arrivare a una risoluzione ma soprattutto di incorporare l’esperienza conflittuale, l’offesa e il dolore, nel proprio percorso per evitare il suo ripetersi. Domandare scusa significa segnare un prima e un dopo, costruire una linea temporale che procede in avanti. La facile scorciatoia del “non l’ho fatto apposta”, evita il disagevole momento della scusa, ma impedisce anche di diventare adulti. Una società dove i singoli individui non si scusano più è allora una società che sta regredendo all’infanzia, a un’infanzia senza parola, e lì è condannata a ristagnare immobile, tutto sommato infelice. In un film molto bello uscito qualche tempo fa, Tomboy, questo meccanismo è messo in luce con grazia. Una ragazzina si trasferisce con la famiglia in un nuovo quartiere; complice un malinteso iniziale, inganna tutti facendosi passare per maschio. La catena di bugie cresce a dismisura fino a quando il castello frana dolorosamente. La tentazione della ragazzina è di dire: “non l’ho fatto apposta” (e in parte è vero), vorrebbe fuggire, non farsi più vedere, cambiare quartiere. La madre invece la obbliga a una soluzione crudelissima: andare di porta in porta dai compagni di giochi a scusarsi con loro per averli ingannati. È una soluzione che fa salire le lacrime agli occhi, siamo travolti dalla difficoltà indicibile della bambina eppure quando lei, spinta a forza dalla madre, ce la fa, chiede scusa a tutti, proviamo un immenso sollievo. Quella sensazione faticosa ma rincuorante di aver risolto un problema, di essere diventati grandi, di essere all’altezza delle proprie responsabilità. L’immensa libertà che ci regala il saper chiedere scusa.
di FEDERICA MANZON

DOMENICA, 23 DICEMBRE 2012

Il Piccolo

Pagina 43 - Cultura e spettacoli

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