Quarant'anni fa in Cile la Coppa che divise l'Italia

L’INTERVISTA di RICCARDO CRIVELLI. Quarant’anni dopo, resta ancora nei cuori come uno dei successi più luminosi della storia sportiva azzurra. Ripensandoci, il lustro perenne di cui gode quella vittoria, l’unica nostra in Davis, rende ancora più grande l’impresa di Nicola Pietrangeli, il capitano, e dei suoi quattro formidabili ragazzi: Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli. Perché quella trasferta in un paese che stava vivendo l’epoca drammatica di una feroce dittatura spaccò davvero l’Italia della politica e rischiò di privarci di una gioia senza tempo.
Pietrangeli, cosa successe dal momento in cui si seppe che la finale era contro il Cile?
«Un gran caos, e ognuno pensava di possedere la verità. Panatta, Bertolucci e Zugarelli erano all’estero, così i primi a metterci la faccia fummo io e Barazzutti. Dissi subito che l’eventuale decisione di non giocare sarebbe stata stupida e scellerata, che la politica non poteva fermare lo sport e che trent’anni dopo nessuno si sarebbe più ricordato del Cile e di Pinochet, ma solo della vittoria. E lasciare che sulla Coppa ci fosse il nome di un’altra squadra perché ci eravamo rifiutati di andare là era da irresponsabili. Per questo, se il successo sul campo è stato solo dei ragazzi, io ritengo di non dover dividere con nessuno il merito di aver ottenuto che giocassimo».
Si rischiò davvero di non andare a Santiago?
«Le dico soltanto che Galgani, poche settimane dopo eletto presidente della federazione, continuò a sostenere che se fosse già stato in carica avremmo rinunciato al viaggio. Poi ha passato tutta la carriera a vantarsi di essere stato, tra le altre cose, il presidente della Davis».
Alla fine, pesò sulla scelta di giocare anche la considerazione che si trattava di un’occasione irripetibile, visto che l’Italia era decisamente favorita?
«Avremmo condotto la battaglia anche di fronte a un pronostico chiuso, perché era una questione di principio. Poi è vero che eravamo molto più forti, ma in ogni caso non l’hai vinta fin quando non l’hai giocata».
Malgrado tutto, lei non ha mai superato l’amarezza per quei giorni.
«Non ci riesco, perché quel che successe fu una vergogna. Vincemmo la Davis e fummo costretti a tornare di nascosto, senza poter condividere quella gioia. Sportivamente, è stata una delle pagine più belle della nostra storia, ma come paese l’Italia fece una figura pessima».
Però lei fu facile profeta: il tempo cancella le polemiche e adesso resta solamente il ricordo di una delle più esaltanti vittorie dello sport azzurro.
«Appunto. Oggi si dà solo merito a una generazione fenomenale, che rese il tennis uno sport popolarissimo in tutta Italia. E qualcuno voleva impedirlo. Pazzesco. Quanto a me, le accuse che allora mi sono piovute addosso le lascio scivolare via: pochi sanno, ad esempio, che insieme al Partito Socialista, partecipai ad una manifestazione contro il boicottaggio americano dell’Olimpiade di Mosca. Perché a me dà fastidio che si intrometta la politica, di ogni colore».
Perché quella generazione-Davis è ancora irripetibile?
«Perché puoi costruire buoni giocatori, ma il campione è figlio di una botta di fortuna. E nient’altro. Pensiamo agli Stati Uniti e all’Australia, che hanno dominato per decenni: da quella prospettiva, sono messi peggio di noi».
Qual è stata la dote più importante del Pietrangeli capitano?
«In campo, saper aprire le bottigliette d’acqua e porgere l’asciugamano dalla parte giusta. Perché un capitano deve fare solo quello: se hai Messi, è inutile dirgli come deve giocare. Fuori dal campo, è un po’ diverso: devi sapere gestire ragazzi che a un certo punto si credono dio. In Cile dissi loro che avrei parlato solo io: e ho tolto loro ogni responsabilità, isolandoli da una situazione difficile».
A quando la prossima Davis italiana?
«Ahimé, mi sa che è un sogno proibito».

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