Federazioni e Malagò fra soldi e nuove sfide

Sessanta milioni in più per lo sport italiano. La notizia è di quelle che vengono spesso cancellate da un cartello: «Sei su scherzi a parte». Invece è tutto vero. Soldi dello Stato che andranno per la maggior parte alle federazioni. Qualcuno ha fatto le prime proiezioni tenendo presente che questi soldi saranno vincolati all’«attività sportiva» (quindi non al «funzionamento»). Per fare un esempio: il nuoto da 6,91 potrebbe arrivare a 9,34 milioni, l’atletica da 6,44 a 8,71. «L’effetto della riforma che abbiamo fortemente voluto», dice Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario allo Sport. Una riforma che da subito è partita da un assunto: le federazioni sono il motore dello sport, il ruolo del Coni è importante ma limitato. Una lettura francamente un po’ semplicistica. In ogni caso, quelle stesse federazioni ora devono scrivere una nuova storia per «meritare» soldi e fiducia. Ci sono tanti esempi virtuosi, per carità. Ma le federazioni sono state in questi anni anche presidenti dal potere infinito, statuti acrobatici volti solo alla riproduzione dei gruppi dirigenti, sprechi vari ed eventuali, bilanci con più di un segno rosso. La sfida è doppia: con quelle risorse dovranno pensare non solo alla medaglie, ma anche al sociale, alla pratica diffusa, al bambino che comincia. Bisogna moltiplicare progetti, idee, ricambio, controlli.

Ma anche per Giovanni Malagò c’è un’altra storia in vista. Ieri, la tenera promessa di Arianna Fontana di «sognare di gareggiare fino a Milano-Cortina 2026», simbolo del capolavoro di Losanna, e l’appassionata analisi del presidente sui rischi per l’attività e per i risultati sportivi della «bomba» del calo demografico dell’Italia, hanno dimostrato la sua capacità di volare alto. Ora deve misurarsi con la trattativa con Sport e Salute e il pragmatismo del presidente-ad Rocco Sabelli, che ha ben chiara la sua missione: spostare risorse dalle «spese di struttura» a quelle per fare più «attività». Bisogna dividersi i perimetri (ma ci devono anche essere dei territori comuni). Centri di preparazione olimpica, Scienza dello sport, difesa del brand Coni, registro delle società sportive, mantenimento del Consiglio nazionale e della giunta come protagonisti centrali della democrazia sportiva: i terreni non sono pochi.

Certo nulla sarà come prima. Ma se una parte dello scetticismo davanti alla riforma l’abbiamo condiviso, è anche vero che mettersi in discussione può anche presentare dei vantaggi rispetto ai tempi in cui si è stati a volte troppo autoreferenziali, troppo «siamo i migliori del mondo». Malagò ha tutto il diritto di chiedere più spazio (per esempio, anche nelle scelte per la distribuzione dei 60 milioni aggiuntivi). Persino di fare da utile grillo parlante rispetto a scelte che giudica sbagliate. Ma ripartendo da una nuova identità. Saperla costruire può essere anche una sfida esaltante.

Valerio Piccioni - La Gazzetta dello Sport (mercoledì, 17 luglio 2019)

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