Sì, proponiamo il Cio per il premio Nobel della pace

Caro Direttore,
approfitto della tua sincera passione sportiva, e olimpica direi, e faccio qualche riflessione su un breve commento apparso sulla «Gazzetta» sotto il titolo «Proposto il Cio al Premio Nobel per la pace. Ma è giusto?». Credo che il tema abbia una sua importanza e non solo simbolica.
In realtà quell’interrogativo, da parte mia, avrebbe una risposta affermativa: sì, è giusto. Sarebbe giusto, usiamo il condizionale. Toglierei subito dal campo di dibattito l’elenco dei più recenti Premi Nobel per la Pace assegnati: senza far nomi delle persone, sono convinto che fra le varie istituzioni e organizzazioni non governative il Cio sarebbe un degno Nobel per la Pace.
Il Cio è lo sport: la tregua olimpica, la lotta per la pace saranno pure un mio «vecchio cavallo di battaglia», come viene definito con una concessione a una fissazione che avrei, e che comunque non è «senile», perché in quel campo ho sempre agito e mi sono ritrovato.
Ho sempre trovato politicamente scorretto quello che sostenevano i propugnatori del «politically correct» in casa d’altri, cioè i promotori dei boicottaggi che hanno rischiato di uccidere le Olimpiadi negli anni Ottanta, quando ragioni elettorali e di rappresaglia internazionale hanno dimezzato i Giochi di Mosca ‘80 e quelli di Los Angeles ‘84.
Non starò a scrivere ancora una volta la testimonianza data dall’Olimpismo, né ripeterò che «la tregua olimpica nell’antichità fermava le guerre, mentre nei tempi moderni, nel secolo scorso, è accaduto il contrario». Non rivelerò un segreto ricordando che perfino le infami Olimpiadi di Hitler furono difese, non per accondiscendenza verso gli orrori del nazismo, da un dirigente sportivo americano che poi divenne presidente del Cio, Avery Brundage.
Dei boicottaggi ho già detto. Rammenterei però ancora tutte le polemiche politiche che accompagnarono Pechino 2008 con «il mondo che conta» a stracciarsi le vesti per i diritti del Tibet, dimenticati subito dopo la cerimonia di chiusura; Sochi 2014 è stata un’edizione ugualmente sotto tiro.
Ma le Olimpiadi hanno sempre mostrato un’altra faccia del mondo. La faccia della pace: non soltanto il silenzio delle armi, ma la presenza della tolleranza, della non discriminazione delle etnie, delle religioni, delle lingue; l’aiuto agli atleti delle nazioni meno fortunate; l’organizzazione di una meravigliosa realtà, la squadra dei rifugiati a Rio.
Lo sport ha avuto, nella diplomazia della quotidianità e in quella dei poteri, successi ed esempi che hanno illuminato il mondo. L’amicizia fra un lustrascarpe nero dell’Alabama e un cosiddetto «ariano puro», Owens e Long, sulla pedana del salto in lungo a Berlino ‘36, oltre la guerra e oltre la morte del tedesco allo sbarco in Sicilia; la politica del ping-pong fra Usa e Cina, ma anche quella del cricket fra India e Pakistan; le numerose partite o le maratone «della pace» proposte nei luoghi meno facili del mondo, per non parlare del rugby, di Nelson Mandela e del Sudafrica.
Le Olimpiadi hanno fatto vivere Paesi che non c’erano, come la Palestina, come la Comunità degli Stati Indipendenti a Barcellona ‘92, per consentire agli atleti dell’ex Urss la partecipazione in quella edizione, come recentemente il Kosovo.
Lo sport ha mantenuto aperte strade di comunicazione che la politica aveva chiuso, come l’Italia che andò a giocare la finale della Davis (vincendola) in Cile, senza che questo significasse un «riconoscimento» a Pinochet. Era il riconoscimento, invece, che lo sport è altro.
So bene che in questo «altro» ci sono anche i mali del mondo. Lo ricorda l’articolo su cui sto riflettendo: la corruzione, il doping. Anche in questo caso penso che il Cio si sia comportato bene, con rigore e rapidità nella prima fattispecie, tenendo conto dei diritti degli atleti nella seconda. Non credo che la corruzione o il doping debbano diventare il campo di battaglia per la leadership e le rappresaglie dei vari Paesi. Non è l’unità a tutti i costi che va perseguita, ma l’unità di intenti.
Ecco quel che ho pensato, caro Direttore, leggendo quel titolo e quell’articolo. È vero: già nel 2011 scrissi all’allora presidente del Cio, Jacques Rogge, per lanciare l’idea del Nobel per la pace in occasione dell’accordo raggiunto fra Israele e Palestina; è vero: l’amico Giovanni Malagò l’ha adesso rilanciata e io la condivido in pieno, ma non come rappresentante del Cio all’Onu che ha «vecchi cavalli di battaglia». Semplicemente come uomo. Forse il mio è solo un sogno, che ancora mi emoziona come tanti giorni di sport vissuti sul campo. All’insegna di quei valori olimpici che sempre hanno accomunato lo sport e la Gazzetta, quei valori che ho vissuto a pieno anche in occasione di una partenza del Giro d’Italia dalla Grecia olimpica, là dove tutto è nato, invitato dal compianto Candido Cannavò.
Per tutto questo all’interrogativo del titolo, «Ma è giusto?» rispondo sì. È la storia dello sport che parla per il Cio.
Quanto alle Coree, lo sport è riuscito ad aprire una porta, dalla quale può passare una nuova possibilità di relazioni fra i popoli, che le vogliono, e i Governi, che non sempre le vogliono. Dunque non è ingiusto e neppure sarebbe scorretto. Anzi.
Intervento di Mario Pescante su La Gazzetta dello Sport di giovedì 25 gennaio 2018

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