Gamba verso l’addio alla Russia «Ma dipende tutto da Putin»

Non è questione di lasciare da vincenti: «Prima ne parlo al presidente Putin, gli presento il mio piano per il prossimo quadriennio olimpico, poi decido. Sono disposto a restare in Russia, ma ad altre condizioni. Altrimenti arrivederci e grazie».
Ezio Gamba non è uomo da voltarsi indietro: non lucida le medaglie olimpiche vinte da atleta (l’oro di Mosca ’80, l’argento a Los Angeles ’84), non menziona le dieci edizioni dei Giochi vissute da protagonista o da tecnico, come l’ultima a Rio da coordinatore tecnico della squadre russe di judo, due ori con gli uomini e un bronzo con le donne, una medaglia che alle russe mancava da 12 anni.
LA RESA DEI CONTI è per il 25 agosto, quando al Cremlino il presidente Vladimir Putin riceverà con tutti gli onori i medagliati russi di Rio 2016. Tre sono del judo di Gamba: i campioni olimpici Beslan Mudranov (60 chili) e Khasan Kalmurzaev (81); Natalia Kuziutina (52), bronzo nel femminile.
«Non mi pesa ancora fare questa vita da globe trotter - dice Gamba, 58 anni -, 300 giorni all’anno sulla materassina e lontano da casa. Se nella mia carriera ho potuto raggiungere i risultati che speravo, lo devo alla pazienza e all’amore di mia moglie Luisa, dei miei figli Sofia e Giacomo, che hanno sopportato grandi sacrifici per la mia assenza. Soprattutto Luisa».
Gamba ha intenzione di presentare a Putin e ai vertici federali russi del judo un progetto che prevede un suo ruolo meno invasivo: «Fino ai Giochi di Londra sono stato responsabile tecnico della squadra maschile, dal 2012 sono diventato coordinatore di tutta l’attività, anche femminile e giovanile. Ho la responsabilità di 150 persone tra atleti, tecnici, fisioterapisti e staff. Non è questione di età, ma penso anche a quella: prima o poi una vita del genere mi peserà. E peserà ai miei cari. Il 25 a Mosca lo dirò con chiarezza: resterò, a patto di poter affidare più responsabilità a persone, professionisti che ho scelto io e di competenza assolutamente fuori discussione. Ma se la mia presenza continua sarà ritenuta ancora indispensabile, addio, è stato bello e la vita continua».
Per Gamba l’Olimpiade di Rio è stata la più dura in assoluto per la questione-doping. Eloquente il caso di Mikhail Pulyaev, finalista ai mondiali nella categoria 66 chili: «Ai primi di marzo è stato trovato positivo al Meldonium, un medicinale che si prende come l’Aspirina, prima lecito e poi dichiarato dopante. Il valore rilevato dal test antidoping era di 24 su 1000: irrisorio. Eravamo in Spagna a prepararci e stavamo andando all’aeroporto per raggiungere Bratislava, in Slovacchia, sede di un torneo preolimpico e sono arrivati i controlli sempre per Pulyaev. A Bratislava, dopo la gara, nuovo test. E tre giorni dopo pure a Lisbona, dove abbiamo preparato Rio. E in Brasile, Pulyaev è stato controllato persino prima di combattere: 6 controlli in un mese e mezzo. Capite bene che un atleta, anche di valore come Pulyaev, in queste condizioni non può fare granchè».
LA CONSOLAZIONE, per Gamba, è che l’oro nei 66 chili è andato a Fabio Basile, «perchè io sono sempre tifoso del judo italiano. Ma è incredibile il denaro speso per una quantità assurda di controlli, 280 in 4 mesi. Vi pare possibile? Io sono il primo a dire che la Russia, se trovata positiva con prove schiaccianti, andava cancellata dai Giochi. Ma qui si sta parlando di atleti puliti, puniti o penalizzati perchè un medicinale come il Meldonium, che si prende per il mal di testa o ai primi sintomi di influenza, è stato dichiarato proibito. È come se in Italia avessero messo fuori legge l’Aspirina».
E adesso? «Il 25 sono al Cremlino, ai primi di settembre accompagno mia figlia Sofia a Montreal, dove si fermerà 4 mesi per un Master in lingue straniere: giusto che sia con lei, abbiamo poche occasioni di condividere momenti così importanti. Dal Canada volerò direttamente in Russia per seguire i campionati nazionali, dal 5 all’11 settembre. Poi tornerò a casa. Vorrei vedere qualche gara del mio Giacomo, che fa judo. A 58 anni mi sento ancora efficiente, ma non posso più stare 300 giorni all’anno lontano dalla famiglia. Putin su di me ha sempre speso parole lusinghiere. Sono stato l’unico sportivo premiato come "amico dei lavoratori", una delle massime onoreficenze russe. Mi auguro che il presidente capisca le mie esigenze. Altrimenti saluterò e tornerò a Brescia».
Resto il sogno di lavorare per i maestri giapponesi: «E tale rimarrà - dice secco -, non sono più disposto a ruoli così impegnativi». Gamba non si volta mai indietro.
Vincenzo Corbetta (BresciaOggi)
2016-01-08T164845Z_1870181837_GF20000087920_RTRMADP_3_RUSSIA-POLITICS

I commenti sono chiusi