Pugili pro’ alle olimpiadi? Sì, ma non così | Yama Arashi Udine

Pugili pro’ alle olimpiadi? Sì, ma non così

Il problema non è quello di portare i pugili professionisti alle Olimpiadi, che servirebbe solo ad allineare la boxe alle altre discipline che hanno già operato questo passo (dal ciclismo al basket e al tennis). Il problema è come il volubile presidente dell’Aiba (la federazione internazionale dilettantistica, affiliata al Cio) Ching-Kuo Wu ci è arrivato e soprattutto i tempi con cui l’operazione verrà portata a termine. Per intenderci, se l’ingresso della boxe professionistica ai Giochi fosse stato annunciato per Tokyo 2020, cioè con tutto il tempo per svolgere regolari qualificazioni olimpiche e per consentire ai professionisti di adeguarsi, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire. E’ evidente che la povera ed emarginata boxe di oggi, a tutti i livelli, ha bisogno di una vetrina per il rilancio che solo le Olimpiadi in questo momento possono dare. Ma l’annuncio a sorpresa da parte di Ching-Kuo Wu (un cinese di Taiwan al terzo mandato) di un cambio di regole che dovrà essere ratificato dal Congresso straordinario dell’Aiba a giugno, quindi a due mesi da Rio, appartiene ai capricci di un presidente che gestisce la sua federazione come un giocattolo personale (e non per niente ha cacciato nel giugno scorso l’ingombrante direttore esecutivo Ho Kim).
In pratica l’apertura ai professionisti delle svariate sigle mondiali nasce dal sonoro fallimento delle World Series e ancor di più dell’APB, il professionismo dell’Aiba, nati per fare concorrenza ai grandi organizzatori pro’ e finito quasi nel nulla fra mancate sponsorizzazioni e disinteresse dei Paesi guida di questo sport. Un nuovo format che ha funzionato un po’ nell’Est europeo e — grazie al vicepresidente dell’Aiba, Franco Falcinelli — parzialmente in Italia dove Clemente Russo ha conquistato la sua quarta carta olimpica proprio in questo torneo. Dopo aver detto peste e corna dei professionisti e aver minacciato la squalifica olimpica per le federazioni nazionali che non chiudevano le porte ai pugili pro’, il fragile Ching-Kuo Wu ha seguito la strada opposta, aprendo l’Aiba ai professionisti veri che restano gli unici che possono portare soldi e spettacolo (almeno in Germania, Inghilterra e Usa). Senza chiarire bene chi dovrà farsi da parte fra i «professionisti» dell’Aiba già qualificati e dimenticando, fra l’altro, che la boxe dei 12 round dove la potenza e la resistenza contano più dello stile, è distante anni luce dalla pallida «scherma con i guantoni» di 3 round dei dilettanti, che non sono certo cambiati togliendosi caschetto e maglietta. Come diceva Giovanni Branchini, uno che se intende, professionismo e dilettantismo nella boxe sono due sport diversi.
Fausto Narducci
da La Gazzetta dello Sport
Mercoledì, 2 marzo 2016

I commenti sono chiusi