Ancora sulle ricorrenze nel magico 2018

Molti lettori hanno scritto a Porto Franco, dopo aver letto l’ultima puntata, dedicata ad alcune delle ricorrenze in cifra tonda di grandi imprese sportive in questo 2018. Si andava dai 110 anni dalla drammatica squalifica di Dorando Pietri, ai 40 dalla prima scalata dell’Everest senza ossigeno di Reinhold Messner, passando per i 90 delle prime gare di atletica delle donne alle Olimpiadi, gli 80 dal secondo mondiale di calcio dell’era Pozzo, i 50 del pugno guantato di Smith e Carlos sul podio del Messico. Nonostante avessi avvertito che il mio elenco era ben lontano dall’essere esaustivo e nemmeno avevo fatto una classifica d’importanza, gli appassionati mi hanno trasferito ciò che secondo loro non poteva mancare in quella rassegna. Alcune sollecitazioni mi sembrano interessanti e concludo questa miniserie citandole. E ripeto: gli esclusi sono decine e avrebbero tutti diritto ad essere menzionati a loro volta.

Lo spunto più curioso m’è venuto da Alberto Ranghieri, che reclamava attenzione per lo scudetto del Milan del 1968 (giusto 50 anni fa). Il che è strano nel senso che non pareva più significativo di decine d’altri, prima e dopo. Però la sua motivazione è interessante: «Si è trattato del canto del cigno del catenaccio italiano, insieme alla coppa dei Campioni conquistata dai rossoneri la primavera seguente contro l’Ajax del mito allo stato nascente di Cruijff». E’ vero, con quei successi si è conclusa una lunga parentesi felice del calcio italiano, durato quasi un decennio e contrassegnato anche dai trionfi dell’Inter di Herrera, non meno importanti di quelli rossoneri. Un modo di giocare che consentiva a Rocco, uno degli inventori del catenaccio, di schierare tre punte e mezzo (Rivera, Hamrin, Sormani e Prati) perché le squadre si potevano difendere di fatto con sei uomini. Dopo di allora siamo usciti dalla storia, per quanto riguarda i club: il calcio totale ci ha messi a lungo nell’angolo, finché, capita con molto ritardo la lezione, siamo rientrati in lizza con il Milan di Sacchi nella seconda metà degli anni 80 e le sue innovazioni, in gran parte valide ancora oggi e germogliate in tutto il mondo.

Altro garbato rimprovero m’è arrivato da Gaetano Dalla Pria per non aver menzionato l’oro nel disco del grande Consolini, 70 anni fa, ai Giochi di Londra 1948. Certamente grandiosa impresa (insieme a quelle del Settebello, a sua volta trionfatore, e di altri azzurri). Al di là del valore strettamente sportivo di quei successi, ce n’era uno sociale, non meno importante: era uno dei primi momenti solenni in cui l’Italia, già alleata della Germania nazista, veniva di fatto riammessa nel consesso internazionale: l’aver prodotto una guerra di Resistenza al nazifascismo giocò un ruolo decisivo nella decisione del Cio. Al contrario, la Germania, ritenuta responsabile della guerra, fu esclusa da quell’edizione dei Giochi, come del resto nel 1920 e 1924, quelle volte a causa dello scatenamento del primo conflitto mondiale. Vi rientrò solo nel 1952 a Helsinki. Del 1948 mi piace ricordare anche il sesto posto nei 400 ostacoli di Ottavio Missoni (che aveva perso gran parte della carriera causa guerra e lunga prigionia): proprio durante la gara lo vide in tribuna la dolcissima Rosita, allora sedicenne studentessa italiana a Londra, che decise: «Sposerò quell’uomo». Andò così e insieme regalarono al mondo lo stile inimitabile e coloratissimo delle loro creazioni di moda.

Infine accolgo volentieri l’invito di Salvatore Corsi a ricordare i 20 anni dalla trionfale doppietta di Pantani Giro-Tour e del collega Umberto Zapelloni che mi suggerisce il primo mondiale di F.1 vinto trent’anni fa da Ayrton Senna. Lo faccio perché si tratta dei due personaggi forse più amati e rimpianti nella storia recente dello sport.

Franco Arturi, La Gazzetta dello Sport (Venerdì, 12 gennaio 2018)

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